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CAREGIVER FAMILIARI – CURANO UN CONGIUNTO GRAVE PER ANNI, LO STATO LI TRATTA COME SE NON AVESSERO MAI LAVORATO

Sacrificano la loro esistenza accanto ad un familiare per anni, spesso per decenni, rinunciando al proprio lavoro. Quando quell’impegno finisce, per lo Stato è come se non fosse mai esistito: niente contributi, niente pensione. Serve un sostegno economico vero, e un riconoscimento previdenziale che restituisca valore a un lavoro già svolto.

di Nicola Rossiello

Teresa era seduta in sala d’attesa del Patronato. Attendeva il suo turno con una cartellina piena di documenti, ordinati per data, come si fa quando si è imparato a proprie spese che ogni carta può servire. Aveva lasciato il lavoro a quarantasei anni per assistere la madre, malata di Alzheimer, e il padre, che dopo un ictus non riusciva più a camminare da solo. Undici anni dopo, quando entrambi i genitori erano deceduti, si è trovata a chiedersi cosa avrebbe fatto della vita che le restava, e soprattutto con cosa ed era lì, per una consulenza disperata.

Questa non è una storia eccezionale, è una storia comune, che si ripete in migliaia di case italiane con varianti minime: una figlia, un figlio, a volte un coniuge, che decide di lasciare un impiego per accudire un familiare non autosufficiente. Lo Stato, in questi casi, offre permessi, congedi, qualche agevolazione fiscale. Non offre, se non in forma residuale, la cosa che più conta nel lungo periodo: la continuità contributiva.

Il paradosso è semplice da enunciare e complicato da risolvere. Chi si prende cura di un familiare svolge un lavoro, nel senso più letterale del termine: impiega tempo, energie, competenze che spesso si affinano nel tempo fino a diventare quasi professionali. Non riceve, per questo lavoro, un salario paragonabile a quello che avrebbe percepito restando occupato. E soprattutto non accumula i contributi previdenziali che gli avrebbero garantito, un giorno, una pensione dignitosa.

Il legislatore ha provato, negli ultimi anni, a intervenire. Ci sono stati disegni di legge sul riconoscimento del caregiver familiare, proposte per l’accredito figurativo dei contributi, tentativi di dare una cornice normativa a un fenomeno che riguarda, per le stime più prudenti, oltre sette milioni di persone in Italia. Molte di queste proposte non sono mai arrivate in porto. Altre sono diventate norme parziali, applicabili solo a chi rientra in requisiti stringenti: invalidità al cento per cento del familiare assistito, convivenza continuativa, assenza di ricovero in strutture. Chi non rientra in quei requisiti, e sono la maggioranza, resta fuori.

Bisogna essere precisi, qui, perché la precisione è l’unica forma di rispetto che si deve a chi ha vissuto questa esperienza. Non si tratta di generosità mancata. Si tratta di un disegno previdenziale che continua a pensare al lavoro di cura come a un’eccezione familiare, privata, quasi intima, e non come a una funzione sociale che sostituisce, di fatto, servizi che altrimenti dovrebbe erogare il sistema pubblico. Ogni caregiver che rinuncia al lavoro per accudire un genitore anziano o un figlio con disabilità grave fa risparmiare allo Stato una spesa che altrimenti finirebbe su una RSA, su un centro diurno, su un servizio domiciliare. Il risparmio è reale, misurabile. Il conto, però, lo paga quasi sempre la stessa persona, sotto forma di anni di vuoto contributivo.

E qui arriva la parte più amara della storia di Teresa, e di tante donne e uomini come lei. Alla fine del percorso di cura, quando il familiare non c’è più e bisogna ricominciare a pensare a se stessi, la domanda diventa concreta: quanti anni di contributi ho versato? Quanti me ne mancano per la pensione di vecchiaia? Molte persone in questa condizione scoprono di non arrivare al minimo contributivo richiesto. Restano allora due strade, entrambe strette. La prima è rientrare nel mercato del lavoro a un’età in cui trovare un impiego, specie se non altamente qualificato, è già difficile di per sé. La seconda è aspettare, con l’unica prospettiva concreta rappresentata dall’assegno sociale: una prestazione assistenziale, non previdenziale, che scatta a sessantasette anni per chi ha un reddito sotto una soglia molto bassa, e che nel 2026 si aggira poco sopra i cinquecento euro al mese.

Si può vivere con cinquecento euro al mese. Si vive male, si vive con ansia, ma si vive. Il punto non è la sopravvivenza materiale. Il punto è che una persona ha investito dieci, quindici, a volte vent’anni della propria vita in un lavoro di cura che ha avuto un valore sociale enorme, e l’unico riconoscimento che riceve alla fine è la rete minima prevista per chi non ha mai lavorato. Come se quegli anni non fossero stati lavoro. Come se accudire un genitore che non riconosce più i propri figli, gestirne le medicine, i turni notturni, le crisi, fosse un tempo sottratto alla vita produttiva invece che una sua forma, particolarmente esigente.

C’è chi obietta che estendere il riconoscimento previdenziale a tutti i caregiver familiari avrebbe un costo insostenibile per le casse dello Stato. È un’obiezione che merita una risposta seria, non liquidatoria. Il costo esiste, ed è giusto quantificarlo con precisione prima di proporre soluzioni. Ma lo stesso rigore andrebbe applicato al calcolo del risparmio già ottenuto grazie al lavoro di cura non retribuito: se lo Stato risparmia miliardi ogni anno perché milioni di famiglie si fanno carico direttamente dell’assistenza ai non autosufficienti, una parte di quel risparmio può e deve tornare sotto forma di contribuzione figurativa. Non è un regalo. È la restituzione di un valore già prodotto.

Ci sono paesi europei che hanno affrontato il problema in modo più organico. La Germania riconosce contributi pensionistici ai caregiver attraverso l’assicurazione per la non autosufficienza, calcolati in base alle ore di assistenza prestate e certificate. Non è un sistema perfetto, e chi lo conosce da vicino segnala margini di miglioramento. Ma è un sistema che parte da un presupposto diverso dal nostro: il lavoro di cura produce diritti, non solo doveri morali.

C’è poi una variante di questa storia che ho incontrato spesso, e che merita un discorso a parte. Quando il caregiver è un genitore e chi viene assistito è un figlio con disabilità grave, il sacrificio economico si accompagna a un pensiero che non lascia tregua: cosa succederà quando io non ci sarò più. Non è una domanda astratta, è un pensiero che torna ogni sera, che si insinua nelle notti insonni insieme alla preoccupazione per la salute del figlio. Questi genitori non stanno solo rinunciando a un salario e a una pensione. Stanno costruendo, giorno dopo giorno, un’impalcatura di cure, relazioni, terapie, abitudini che tiene in piedi la vita di un’altra persona, sapendo che quell’impalcatura dovrà reggersi da sola nel momento esatto in cui loro non potranno più esserci. Il tema ha perfino un nome tecnico, nel linguaggio delle politiche sociali: “dopo di noi”. Un’espressione fredda per descrivere qualcosa che, per chi lo vive, è una ferita aperta. Non basta risolvere la questione previdenziale del genitore, per quanto necessaria. Resta il nodo di chi si prenderà cura del figlio quando il genitore non potrà più farlo, e su questo l’Italia ha strumenti ancora troppo deboli, spesso legati alla buona volontà di singoli servizi territoriali più che a un diritto esigibile. Chi ha sacrificato la propria vita per un figlio si ritrova, alla fine, a dover pensare, con una preoccupazione senza misura, anche alla vita di quel figlio dopo la propria morte. È un peso che nessuna pensione, per quanto dignitosa, può alleggerire da solo.

In Italia si continua a ragionare per deroghe e per categorie. Si riconosce qualcosa a chi assiste un figlio con disabilità grave, meno a chi assiste un genitore anziano non autosufficiente per patologie diverse dalla disabilità certificata. Si distingue tra chi convive e chi assiste da un’altra abitazione, anche quando l’intensità della cura è identica. Il risultato è un mosaico di eccezioni che lascia fuori la maggioranza silenziosa di chi, ogni giorno, fa questo lavoro senza che nessuno lo chiami con il suo nome.

Bisognerebbe partire da una domanda diversa, più onesta. Non “quanto costa riconoscere i caregiver”, ma “quanto costa non riconoscerli”, oggi e tra vent’anni, quando l’esercito di persone che hanno rinunciato al lavoro per assistere un familiare busserà alla porta del welfare assistenziale, non per scelta ma per assenza di alternative. Il sistema pensionistico italiano è già sotto pressione demografica. Aggiungere una generazione di pensionati sociali, persone che avrebbero potuto contribuire regolarmente al sistema se solo il sistema avesse riconosciuto il loro lavoro, non è una soluzione neutra dal punto di vista dei conti pubblici. È un problema rimandato, non risolto.

Teresa, oggi, lavora part-time in un negozio. Ha sessantatré anni, le mancano quattro anni e alcuni mesi di contributi per arrivare al minimo. Non si lamenta, per carattere più che per rassegnazione. Mi ha detto una cosa che mi è rimasta impressa: che rifarebbe tutto, la scelta di stare vicino ai genitori nell’ultima parte della loro vita non la cambierebbe per nessuna carriera. Ma che nessuno dovrebbe essere costretto a scegliere tra l’amore per un genitore e la sicurezza della propria vecchiaia. Sono due cose diverse, ha detto, e un paese serio dovrebbe trovare il modo di non farle a pugni tra loro.

Non è una frase a effetto. È l’osservazione di chi ha vissuto la cosa da dentro, e sa distinguere tra ciò che ha fatto per scelta e ciò che lo Stato avrebbe dovuto rendere meno oneroso. Su questo, credo, si misura la differenza tra un welfare che parla di famiglia nei documenti programmatici e un welfare che riconosce, con strumenti concreti, il lavoro che la famiglia già svolge ogni giorno, silenziosamente, senza che nessuno lo metta in busta paga.

Appendice – i dati del caregiver famigliare in Italia

I numeri sui caregiver familiari in Italia cambiano molto a seconda del perimetro scelto, e vale la pena distinguerli invece di citarne uno solo come se fosse l’unico possibile.

L’indagine Istat sulle reti di solidarietà, pubblicata il 21 luglio 2026 con dati raccolti nel 2024, stima in 12,3 milioni gli adulti che svolgono un ruolo di caregiver, circa un quarto della popolazione. Dentro questo totale ci sono due sottoinsiemi che non vanno sommati, perché si sovrappongono in parte: 9,6 milioni garantiscono l’aiuto principale o esclusivo a una persona che vive altrove, mentre 4,4 milioni assistono in casa propria un familiare con problemi di salute. Per il 31,9% di chi presta questo tipo di aiuto, quasi quattro milioni di persone, l’impegno arriva ad almeno venti ore alla settimana. Il divario di genere resta netto: assiste il 21,7% delle donne, contro il 17,0% degli uomini.

Se invece si restringe lo sguardo a chi assiste in condizioni di effettiva non autosufficienza o disabilità grave, la stima Istat scende a circa 7 milioni di persone. È questo il perimetro più vicino a chi lascia il lavoro per dedicarsi alla cura, non a chi presta un aiuto occasionale.

Il contesto demografico spiega perché la pressione sul sistema non si allenterà. Al 1° gennaio 2026 gli over 65 hanno raggiunto i 14,8 milioni, pari al 25,1% della popolazione, e gli anziani non autosufficienti sono stimati in oltre 4 milioni, in crescita costante.

Sul piano normativo, dopo oltre dieci anni di discussioni e più di trenta proposte di legge rimaste senza esito, nel 2026 il governo ha presentato un disegno di legge quadro sul riconoscimento del caregiver familiare, il ddl 2789 di iniziativa della Ministra Locatelli. Il 25 marzo 2026 la Commissione Affari Sociali della Camera lo ha adottato come testo base, assorbendo le oltre dieci proposte abbinate. Il riconoscimento della qualifica sarà affidato a una piattaforma Inps dedicata.

Sul fronte finanziario il quadro resta però quello descritto in apertura. La Legge di bilancio ha stanziato circa 257 milioni di euro l’anno per il biennio 2027-2028 destinati ai caregiver, mentre per il 2026 poco più di un milione è destinato alla sola costruzione della piattaforma Inps: nulla, per ora, è previsto per chi presta effettivamente il lavoro di cura. Tra le misure già annunciate figura un bonus economico fino a 400 euro al mese, esentasse, per chi convive con un parente che necessita di cure continue, oltre a dieci ore annue aggiuntive di permessi pagati per le visite mediche. Si tratta di una misura assistenziale, non previdenziale: non incide sul nodo dei contributi, che resta il problema di fondo della questione.

Fonti: Istat, indagine sulle reti di solidarietà (luglio 2026); Eurispes, “La necessità del riconoscimento dei caregivers familiari”; Anap Confartigianato – Rapporto Cnel sul valore sociale del caregiver (marzo 2026); AboutPharma.

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