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Trump realizza il sogno della sinistra

Come un cowboy cinematografico sta realizzando il vecchio sogno pacifista europeo, senza che nessuno se ne rallegri

di Nicola Rossiello

C’è qualcosa di profondamente ironico nell’aria di questi mesi. Donald Trump, l’uomo che la sinistra europea considera l’incarnazione di tutto ciò che odia, sta portando avanti, quasi punto per punto, una parte del vecchio programma politico della sinistra stessa: smantellare la NATO, o almeno svuotarla dall’interno fino a renderla irriconoscibile.

Per decenni, dai cortei degli anni Ottanta contro i missili Cruise di Comiso e Greenham Common, fino ai documenti programmatici di partiti come il PCI prima, e Rifondazione Comunista poi, il disimpegno dall’Alleanza Atlantica era un punto fermo. «Via le basi americane», «fuori dalla NATO», «no all’imperialismo militare», slogan capaci di riempire piazze e congressi. L’idea era che l’Europa, liberata dall’ombrello americano, avrebbe finalmente potuto costruire una propria identità politica, magari più vicina al “Non Allineamento”, certamente più distante da Washington.

Nessuno di quei movimenti immaginava che il colpo sarebbe arrivato da destra. E da quella destra, lì.

«Il risultato è lo stesso che chiedevamo noi, ma per ragioni opposte» mi ha detto, con una certa amarezza, un vecchio dirigente della sinistra radicale italiana. «Noi volevamo la pace. Lui vuole i soldi, forse neanche il potere.»

Ed è proprio qui che sta il nodo. Trump non ha alcun interesse ideologico per la sovranità europea o per un nuovo ordine multipolare fondato sulla cooperazione. Le sue obiezioni alla NATO sono di natura contabile: gli alleati europei non pagano abbastanza, l’America ci rimette, perché dovrebbe difendere Paesi ricchi che non si difendono da soli? È una logica da palazzinaro di Queens, certamente non da teorico del disarmo.

Le notizie di questi giorni dicono che la Slovenia starebbe ripensando la sua adesione all’alleanza e che a Washington, oltre alla nuova sala da ballo della Casa Bianca, si starebbe immaginando il benservito per Spagna e anche Gran Bretagna, colpevoli di non aver consentito l’utilizzo delle basi in coincidenza dei raid sull’Iran. Chissà se è stato informato dei vincoli che legano il Paese del coraggioso e coerente Pedro Sanchez ai Paesi dell’UE.

Eppure le conseguenze pratiche, ammesso che la pressione americana si traduca davvero in un ridimensionamento strutturale dell’Alleanza, sarebbero esattamente quelle che una certa sinistra auspicava: più autonomia strategica europea, meno dipendenza dal comando militare di Washington, una costellazione di politiche estere nazionali più libere da vincoli atlantici.

Il problema è che la storia non funziona per gentile concessione. Quando arriva il risultato che speravi, ma attraverso una porta che non ti aspettavi, ti trovi a fare i conti con ciò che quell’uscio aperto porta con sé. Un’Europa costretta a riarmarsi in fretta, sotto pressione e senza una visione politica condivisa, non è l’Europa pacifista e autonoma che qualcuno immaginava. È più probabilmente un’Europa preoccupata, divisa, e paradossalmente più aggressiva nelle sue spese militari di quanto non fosse sotto la tutela americana.

C’è, pertanto, una lezione sottile in tutto questo. Le grandi trasformazioni geopolitiche raramente arrivano nel modo in cui le abbiamo desiderate. La fine dell’ordine atlantico, se davvero è alle porte, non sarà opera di movimenti progressisti che hanno lavorato per costruire alternative di pace. Sarà opera di un nazionalismo americano sempre più insofferente verso qualsiasi impegno che non abbia un ritorno immediato e misurabile.

La storia ha un pessimo senso dell’umorismo. E quando finalmente ti dà quello che volevi, talvolta lo fa nel modo più scomodo possibile.

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