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La povertà che non si vede

Povertà economica e povertà culturale in Italia: due mappe che coincidono

di Nicola Rossiello

Quando nel nostro Paese si esaminano i dati con attenzione, raccontano esattamente di due povertà che si somigliano, si alimentano a vicenda, e che il linguaggio pubblico continua a trattare come questioni separate.

E allora cominciamo dai numeri che quasi tutti conoscono, o credono di conoscere. Nel 2024 l’Istat ha registrato oltre 2,2 milioni di famiglie in povertà assoluta, l’8,4 per cento del totale, per un totale di 5,7 milioni di persone, il 9,8 per cento della popolazione residente. È un dato sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente, il che dovrebbe essere una notizia neutra e invece non lo è, significa che un fenomeno esploso con la crisi del 2008 e mai davvero rientrato si è ormai stabilizzato come condizione strutturale, non più emergenza temporanea. Dieci anni fa le famiglie in povertà assoluta erano molte meno; il numero delle persone seguite dalla rete Caritas, per fare un solo esempio, è cresciuto del 62,6 per cento dal 2014 a oggi. Non un’onda, dunque, ma una marea che non si è più ritirata.

Se si allarga lo sguardo dalla povertà assoluta al rischio di povertà, la fotografia si fa ancora più ampia, quasi undici milioni di persone, il 18,6 per cento della popolazione, vivono nel 2025 in una condizione di fragilità economica. Più di un quinto degli italiani dichiara di arrivare a fine mese con difficoltà. Oltre un quarto non sarebbe in grado di affrontare una spesa imprevista. Sono numeri che non riguardano più soltanto gli ultimi, ma un pezzo consistente del ceto medio impoverito, quello che un tempo si sarebbe definito, con un eufemismo ormai logoro, “in difficoltà transitoria”.

C’è poi un dettaglio che merita di essere isolato dal resto, perché dice più di ogni altro quanto la povertà economica e quella culturale viaggino insieme, il titolo di studio è, secondo lo stesso rapporto Istat, il principale fattore di protezione dalla povertà. Tra le persone di 25 anni e più con al massimo la licenza media, la povertà assoluta colpisce il 15,1 per cento. Tra i laureati, il 2,3 per cento. Sei volte tanto. Non è una correlazione tra le tante, è quasi un destino scritto in anticipo, che si decide molto prima dei venticinque anni, spesso nei primi anni di scuola, talvolta prima ancora.

Ed è qui che il discorso deve necessariamente spostarsi, perché parlare di povertà in Italia senza parlare di quello che leggiamo, o non leggiamo, significa raccontare solo metà della storia.

I dati Istat più recenti sulle abitudini di lettura mostrano un paese che si allontana lentamente ma costantemente dai libri. Nel 2024 il 57,1 per cento delle persone di sei anni e più dichiara di aver letto almeno un libro nei dodici mesi precedenti, una quota in calo rispetto al 59,4 per cento del 2015, e ben lontana dal 60 per cento dell’anno duemila. Se si applica la definizione più restrittiva, quella che esclude le letture per motivi scolastici o professionali e considera solo il tempo libero, la percentuale crolla sotto il quaranta per cento, con un minimo storico toccato nel 2022. Le biblioteche, che dovrebbero essere il presidio più semplice ed economico contro questo declino, restano frequentate da appena il 14,9 per cento della popolazione, un dato pressoché identico a quello di dieci anni fa, un italiano su sette ha messo piede in una biblioteca nell’arco di un anno.

Anche qui, come per la povertà economica, la geografia non è neutrale. Nel Centro-Nord legge oltre il sessanta per cento della popolazione; nel Mezzogiorno meno della metà, il quarantasette per cento. È la stessa faglia che divide il paese sul fronte del reddito, riproposta quasi punto per punto sul fronte della lettura, come se le due mappe fossero state disegnate dalla stessa mano.

Ma il dato più severo, quello che meriterebbe una discussione pubblica assai più ampia di quella che ha ricevuto, arriva dall’indagine Piaac dell’Ocse, pubblicata alla fine del 2024. Non misura chi legge per piacere, ma qualcosa di più elementare, la capacità degli adulti di comprendere un testo, di orientarsi in un modulo, di seguire un’istruzione scritta. Il punteggio medio italiano nelle competenze alfabetiche è di 245 punti, contro una media Ocse di 260. Dopo l’Italia, in questa graduatoria, restano solo Israele, Lituania, Polonia, Portogallo e Cile. Nelle competenze matematiche va anche peggio, 244 punti contro 263, quartultimo posto tra i paesi partecipanti. E rispetto alla rilevazione precedente, condotta dieci anni prima, la situazione non è migliorata: è rimasta stabile nella media, ma è peggiorata proprio tra chi aveva già le competenze più fragili, mentre è cresciuta tra chi ne aveva già in abbondanza. Le disuguaglianze, in altre parole, non si sono ridotte, si sono approfondite.

Sarebbe disonesto, però, fermarsi qui, come se il quadro fosse fatto solo di ombre. Un dato in controtendenza esiste, ed è la dispersione scolastica, che nel 2025 è scesa in Italia all’8,2 per cento dei ragazzi tra i diciotto e i ventiquattro anni, sotto la media europea del 9,1 per cento, meglio di paesi come la Germania, tradizionalmente presa a modello. È un risultato che va riconosciuto, perché racconta che le politiche mirate, quando esistono e vengono finanziate con continuità, funzionano. Ma anche questo dato, se lo si osserva da vicino, conferma la regola più che smentirla, tra gli studenti di cittadinanza italiana l’abbandono scolastico è al 6,7 per cento; tra quelli di cittadinanza straniera resta al 26,2 per cento, quasi quattro volte tanto. Il miglioramento generale convive con un divario specifico che si è solo attenuato, non chiuso.

Messi uno accanto all’altro, questi numeri raccontano una cosa sola, ripetuta con angolazioni diverse: in Italia si può nascere in un luogo, o in una famiglia, che riduce drasticamente le probabilità di leggere bene un testo, di comprendere un contratto, di aiutare un figlio con i compiti, di riconoscere un raggiro. E quella stessa condizione, quasi sempre, riduce anche le probabilità di avere un reddito sufficiente a vivere con dignità. Non sono due destini paralleli. Sono lo stesso destino, osservato da due finestre diverse.

Il rischio, quando si parla di questi temi, è di scivolare in un tono predicatorio, come se bastasse esortare le persone a leggere di più per risolvere un problema che affonda le radici in decenni di politiche educative discontinue, di biblioteche sottofinanziate, di scuole che in alcuni territori restano avamposti isolati più che presidi di comunità. Non è così, ed è bene dirlo con chiarezza: la povertà culturale, come quella economica, non si combatte con gli appelli morali, ma con investimenti strutturali, con la presenza costante di adulti competenti nei luoghi dove i ragazzi crescono, con biblioteche aperte nel pomeriggio e non solo la mattina, con progetti che restino in piedi più di una stagione elettorale.

Chi lavora ogni giorno sul territorio, nei quartieri dove queste due povertà si toccano fisicamente, lo sa meglio di chiunque altro, non esiste un intervento sulla dispersione scolastica che non sia, in fondo, anche un intervento sul reddito futuro di una famiglia; non esiste una politica di contrasto alla povertà che possa ignorare la scuola, la biblioteca, il tempo che un adulto è disposto a dedicare a un ragazzo che fatica a leggere una pagina. Sono, letteralmente, la stessa battaglia, combattuta con armi diverse.

Forse il modo più onesto di chiudere questo ragionamento non è con una soluzione, che sarebbe presuntuosa, ma con una domanda che vale la pena lasciare aperta, quanto tempo ancora possiamo permetterci di parlare di povertà economica e povertà educativa come se fossero capitoli diversi dello stesso libro, quando i dati, letti con attenzione, dicono che si tratta della stessa pagina, scritta due volte, con inchiostri diversi.

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