Sul modo di discutere di sicurezza, a partire da un articolo di Repubblica e da un commento video online di un giornalista
di Nicola Rossiello

Il 30 ottobre scorso Repubblica ha pubblicato un articolo a firma di Giuliano Foschini sul disagio di una parte della Polizia nelle piazze di queste settimane. Tra le persone intervistate ci sono anch’io, come sindacalista di polizia. Lo stesso giorno il giornalista Porro ha commentato quel pezzo nella sua rassegna stampa video. Un commento che, personalmente, ritengo altamente istruttivo sul come si possa parlare di sicurezza senza discuterne davvero.
Prima i fatti
Mi attengo a ciò che l’articolo mi attribuisce e che confermo. Nell’intervista ho sostenuto che:
- la mia preoccupazione riguarda la deriva di polarizzazione politica;
- non intendo attribuire la responsabilità ai colleghi che sono per strada;
- nelle piazze ci sono ragazzi, studenti, giovani che esercitano un diritto;
- gli agenti sono sovraesposti, chiamati a rappresentare lo Stato in una contrapposizione continua;
- i feriti tra gli agenti sono in forte progressione, oltre quattrocento lo scorso anno.
Nel commento video il giornalista chiede se quelli che gridano contro la Polizia e lanciano i sampietrini «nascano» dal governo Meloni. È una domanda che nell’articolo non c’è e che non ho posto io. Le parole «stretta securitaria» stanno nel titolo, nel corpo del pezzo non figurano tra quelle che mi vengono attribuite. Il titolo del video, poi, parla di «unico agente», mentre l’articolo riporta voci diverse oltre a me: il segretario generale nazionale del SILP CGIL, un ex dirigente della scuola di Polizia e, per citazione, il Capo della Polizia, secondo il quale gli agenti non sono la controparte dei giovani.
Quanto agli episodi richiamati nel video – centri sociali, un carabiniere – nell’articolo non ci sono e nessuno li ha evocati. Dove ci sono reati, spetta alla magistratura accertare.
Due precise domande
Credo che il commento confonda due domande diverse. La prima riguarda il perché ci sia violenza in piazza. La seconda, strettamente connessa alla prima, per arrivare a comprendere come lo Stato debba organizzare la propria presenza dove i cittadini manifestano, e con quali tutele per chi ci lavora.
Sulla prima non ho riserve perché chi aggredisce un agente va perseguito perché il poliziotto è un lavoratore di questo Stato, non un bersaglio. Sulla seconda faccio il mio mestiere di sindacalista che significa chiedere ed esigere organici adeguati, formazione, un’organizzazione del lavoro che non esponga i colleghi più del necessario, una retribuzione giusta, condizioni di lavoro adeguate. Questo significa forse giustificare chi tira un sampietrino? Evidentemente no. È una forma concreta di rispetto per chi la divisa la indossa.
Persone, non uniformi
Noi parliamo di lavoro, parliamo di dignità, di protezione, di sicurezza sul lavoro, parole che in qualunque altro mestiere nessuno troverebbe fuori posto. I poliziotti sono madri e padri di famiglia, hanno figli che crescono, che studiano, che lavorano e, come chiunque altro, che manifestano. Può accadere che un figlio stia da una parte della piazza e il suo genitore dall’altra, e che a cena nessuno dei due sappia bene che cosa dire, salvo ragionevoli raccomandazioni per sopravvivere alla piazza, perché quando la violenza si scatena, in piazza, non c’è più un luogo sicuro.
Ai nostri colleghi più giovani lo straordinario viene pagato circa otto euro l’ora – un valore da lavoro nero che non ha eguali nel pubblico impiego – e spesso a distanza di due anni! Le retribuzioni non sono all’altezza di ciò che si chiede a chi le riceve: turni pesanti, in contesti pericolosi – in piazza, negli stadi, agli appostamenti, nei contesti operativi, lungo le autostrade, nelle stazioni ferroviarie e aeroporti, nelle indagini sulla pedo-pornografia che mettono a dura prova la tenuta psicologica di operatori, i quali sono anche genitori. In Italia i lavoratori hanno stipendi che, secondo l’OCSE, hanno patito il calo maggiore tra le grandi economie. E chi indossa questa divisa non ha il diritto di sciopero: non può fermarsi per farsi sentire, può soltanto tentare di farsi ascoltare, per questo, per noi, le parole contano.
I nostri operatori hanno diritto al rispetto, che manca quanto il pane, e a toglierlo concorrono anche i manifestanti che scelgono la violenza, la politica che strumentalizza, alcuni giornalisti che, talvolta, li usano come sfondo o come bandiera, a seconda dell’occorrenza.
Pasolini, nel ’68, vide nei poliziotti i figli di poveri. Oggi, i poliziotti hanno la dignità del pane che basta, quando basta. Quello che rischiano di non avere è il riconoscimento di operatori della sicurezza di una comunità perché l’impressione è che li si voglia guardie del Re o della Regina di turno. Le lusinghe ripetute e non seguite da fatti concreti sul piano economico, operativo e di tutela, fanno sorridere, non sono più tollerabili.
Davanti a quello scudo c’è anche chi protesta contro il carovita, contro salari che non bastano, contro turni che si mangiano la vita, contro l’impossibilità di studiare o di avere una casa dignitosa. Dietro lo scudo c’è chi vive lo stesso carovita, davanti alla stessa cassa del supermercato. E qualcuno ci vuole nemici.
Parliamo di persone, non di soldati. Dal 1981 la Polizia è un corpo civile dello Stato. Non lasciamoci ingannare dalla divisa, che uniforma tutti e ci rende automi senza volto, sotto il casco c’è una faccia, e dietro la faccia una storia.
Quando si scende da una volante, si termina un intervento, dopo una scorta a velocità che nessuno dovrebbe sostenere per mestiere, si pensa alla propria esistenza. È umano, non è debolezza. A casa ci sono compagne e compagni, mogli, mariti e figli che aspettano di poter fare i figli, di chiedere una mano con i compiti, litigare per il telefono, avere un genitore a tavola la sera. Non un eroe, ma solo e sempre un genitore. Per loro la sicurezza sul lavoro – quella che la nostra Amministrazione lascia fuori dalle caserme – non è il capitolo di una norma: è il momento in cui si sente girare la chiave nella porta.
Il principio è lo stesso che vale in ogni altro luogo di lavoro, ed è scritto anche nelle norme sulla sicurezza (il decreto legislativo 81 del 2008); norme e principi che si applicano alla Polizia con gli adattamenti dovuti alle particolarità del servizio, come a tutti i lavoratori: chi lavora ha diritto di tornare a casa.
La parola è uno strumento di lavoro
Ogni mestiere ha il proprio strumento e la propria disciplina nell’usarlo. Il chirurgo ha il bisturi, il poliziotto ha strumenti che la legge gli affida e regola con precisione: addestramento, proporzionalità, responsabilità personale, un giudice che può chiedergliene conto. Chi fa il giornalista ha la parola e questa è lo strumento del suo lavoro, e merita, a mio parere, la stessa cura, attenzione, prudenza e delicatezza che devono essere date a qualsiasi strumento di lavoro. Per chi esercita la professione giornalistica la legge che istituì l’Ordine parla di rispetto della verità sostanziale dei fatti, di lealtà e di buona fede, e la deontologia professionale aggiunge il rispetto delle persone e la continenza del linguaggio.
Allora chiedo, da lavoratore a lavoratore, che cosa accadrebbe se i poliziotti usassero i propri strumenti con la disinvoltura con cui, a mio parere, in quel video si usa la parola, con il volume alto e la proporzione smarrita? Credo che sarebbe, giustamente, inaccettabile e non accettato. Con una piccola differenza: una parola usata male non può contare – subito – su un giudice. In tempo reale.
Che cosa fanno le parole
Dire qualcosa è già fare. L’insulto, la derisione, l’etichetta producono un effetto prima ancora che qualcuno risponda. Per Aristotele l’uomo è animale politico perché si avvale del logos, che gli serve a distinguere il giusto dall’ingiusto e a permettergli una vita comune liberata dall’uso della violenza perché quest’ultima sostituita dal linguaggio, dalla parola.
La forza trasforma in “oggetto” – in cosa – cosa chiunque le sia sottoposto. La polarizzazione fa lo stesso lavoro: una felpa nera, una divisa (il pezzo di Repubblica si apre con una felpa nera) diventano simboli che nascondono il volto, il nome, l’essere soggetto e l’essere la persona.
La durezza, l’ironia, perfino il sarcasmo sono strumenti legittimi del dibattito. A un lavoratore che sbaglia si può dire che sbaglia, ma con argomenti. Una volgarità ripetuta non è un argomento, è solo volume, è offesa. Nel video, si riconosce ai poliziotti sindacalizzati «tutto il diritto di dire le loro cose» e subito dopo si definisce ciò che dicono «una gigantesca stronzata». Un diritto riconosciuto in una frase viene immediatamente svuotato in quella successiva.
Perché riguarda i cittadini
Se chi lavora nelle piazze non può dire come ci lavora senza essere trattato da nemico, il primo a perderci è il cittadino. La sicurezza si costruisce sapendo che cosa accade, e chi lo sa meglio è chi ci sta su quella piazza. Dal 1981, con la riforma della Polizia, i poliziotti hanno il sindacato perché la Repubblica ha deciso che chi serve lo Stato può anche parlare. E non è un favore, ma una conquista di democrazia. E l’articolo 17 della Costituzione, che garantisce il diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi, tiene insieme due aggettivi che reggono tutto perché tutela chi manifesta e dice a chi lavora in piazza che cosa deve proteggere.
Ai cittadini vanno chieste tre cose:
- di separare sempre la violenza, che si condanna, dal dissenso, che si ascolta;
- di pretendere mezzi, organici e formazione per chi è chiamato a proteggerli;
- di pretendere un discorso pubblico in cui si risponde agli argomenti, non alle sagome.
Una parola può ferire, e raramente lascia segni che si possono fotografare. Per questo chi ne fa mestiere dovrebbe averne, a mio parere, più cura di chiunque altro.
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