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ASCOLTARE I GIOVANI PRIMA DI PUNIRLI

Aggressioni e proteste giovanili, la risposta penale e ciò che nessuno ha chiesto ai ragazzi: la sicurezza si costruisce prima del reato

di Nicola Rossiello e Guido Tallone

Partiamo dalla reazione del Presidente della Repubblica alle aggressioni giovanili che stanno attraversando le città del nord. Sergio Mattarella ha chiesto a tutti (nessuno escluso!) di non rispondere sull’onda dell’emotività. E questo ci è sembrato un saggio e doveroso consiglio in un dibattito fortemente inquinato da reazioni scomposte, ideologiche e di parte.  Il diritto penale non può e non deve mai rispondere in modo immediato, tempestivo e istintivo a fatti di cronaca. E crediamo che non possa farlo nessun ramo del diritto, perché una norma scritta sotto la pressione di eventi illeciti o criminali genera quasi sempre mostri giuridici. In materia di sicurezza il governo Meloni ha legiferato così più volte, e sempre con lo stesso schema: una serie di episodi ritenuti illeciti, una reazione emotiva molto accelerata, un provvedimento di natura penale e repressiva. Così facendo, però, si cura il sintomo e si lascia intatta la radice del male, cioè le ragioni per cui nasce.

Il Presidente ha chiesto anche di studiare questi fenomeni definiti, da lui, “inediti”. Sta emergendo l’ipotesi che alcune mobilitazioni siano manovrate dall’esterno, con una regia in cui si muoverebbero estremisti di diverso orientamento, oltre ad ambienti no vax. L’ipotesi va verificata, e finché non lo è resta tale. Se però trovasse conferma, cambierebbe il modo di leggere ciò che accade nelle piazze, perché separerebbe chi partecipa da chi organizza.

A questo punto si innesta una riflessione che uno di noi, per aver lavorato nella Polizia di Stato, sente particolarmente vicina. La polizia e i soldati non sono la stessa cosa, e la differenza conta. Il soldato ha di fronte un nemico. Il poliziotto ha di fronte dei cittadini, anche quando violano la legge, e il suo compito è garantire i diritti e le libertà di tutti, di chi subisce un reato e di chi lo commette. Non è un’impostazione casuale. La Polizia di Stato è un corpo civile dal 1981, da quando la L. 121/1981 ne ha smilitarizzato l’ordinamento, e quella scelta parte da un’idea precisa: chi presidia le strade lavora in mezzo alla gente, non contro di essa. Quando il linguaggio pubblico comincia a parlare di nemici, di invasioni, di difesa, confonde i due mestieri e porta la logica della guerra dentro la sicurezza urbana. Ci torneremo, perché è uno dei punti in cui il dibattito attuale si fa più pericoloso.

Ci sia permesso, però, un ricordo personale: eravamo, una ventina di anni fa, insieme ad un convegno, l’ennesimo, in cui si impegnava per studiare e analizzare il fenomeno giovanile. C’erano esperti, professori, sociologi, giornalisti, insegnanti, preti. Tutti dissertavano sulle cause e sulla categorizzazione di quei ragazzi, adolescenti e poco più. Ad un certo punto irruppe nella sala un gruppo di giovani, tutti con la manica sinistra della camicia arrotolata fino all’avambraccio, come si fa prima di un prelievo.

La sala rimase immobile. Tutti furono disorientati. Nessuno capiva. Il moderatore li guardò e non poté fare altro che dare loro la parola. Volete dire qualcosa? Risposero con una calma quasi cristallina: “No, non abbiamo niente da dire. Visto però che ci state analizzando con tanta meticolosità, volevamo offrire anche un po’ del nostro sangue, così che le vostre analisi su di noi possano risultare più complete”.

La provocazione ci sembra efficace anche nel nostro oggi. In un tempo in cui tanti (forse troppi) si improvvisano esperti di questioni giovanili vivisezionando la loro condizione quando – di fatto – loro vorrebbero solo trovare qualcuno capace di ascoltarli, senza sottoporli a continui esami e valutazioni. Anziché studi da laboratorio, i nostri giovani stanno aspettando che qualcuno dia loro delle risposte e che si faccia carico della violenza che si è andata accumulando su di loro.

E allora facciamoli parlare e partecipare; rendiamoli protagonisti, cerchiamo di capire, e vigiliamo perché chi vuole manifestare non si ritrovi accanto elementi di disturbo che ne snaturano la protesta.

Bisogna poi avere il coraggio di fare una riflessione a 360 gradi sulla violenza. Ammesso e concesso che la violenza è sempre da condannare e che nessuna forza adulta, politica o istituzionale, possa accettarla in alcuna forma, resta da stabilire se questa sia soltanto quella agita dai giovani, fatta di vandalismo e di saccheggio, o se possano e debbano essere considerate “violenza” anche il furto di sogni e di futuro che gli adulti effettuano contro chi sta crescendo. Ma sono “violenza” anche gli allontanamenti e le espulsioni che contesti diversi (scuola, società, sport, mondo dei consumi, vita pubblica, trasporti etc.) costruiscono verso chi, in fase evolutiva, viene spinto ai margini della vita sociale e civile.

A scuola molti sono in difficoltà, poco sostenuti, costretti a carriere scolastiche mortificanti. Iniziano così processi che portano all’esclusione dove molti ragazzi sono spesso poco accolti, malvisti, caricati di sospetti, esposti a pregiudizi formali e sostanziali. Lamin, diciassette anni, di origine nigeriana, lo dice con parole sue: “Quando passeggio in centro fermano sempre me, perché sono con la “pelle nera” e lasciano passare gli altri.”.

L’isolamento, la rabbia che si accumula, l’esclusione, lo stigma che devono portarsi addosso moltissimi dei nostri giovani (senza mai potersi togliere questa rigida pelle che li ingabbia!) sono anch’essi forme di violenza che, su giovanissimi alle prese con la voglia di futuro, caricano di  aggressività la loro vita fino a che, prima o poi, sfocia in violenza agita.

E che dire del martellamento consumistico che ti comunica che tu esisti “solo” se compri. Lo subiscono tutti, ma chi non ha i mezzi per adeguarsi lo vive come una condanna ulteriore.

Sul caso di Lamin vale la pena fermarsi, perché tocca un tema che chi ha lavorato nelle forze di polizia conosce dall’interno. Un controllo che scatta per il colore della pelle e non per un comportamento illecito è un controllo sbagliato, prima ancora che ingiusto. Siamo convinti che renda poco, perché fa perdere tempo su chi non c’entra, e che costi molto sul versante della democrazia, perché lascia in chi lo subisce un ricordo duraturo di sfiducia nelle forze dell’ordine. La fiducia dei cittadini è lo strumento di lavoro di chi indaga e di chi previene, e ogni fermo gratuito la consuma. Un ragazzo che a diciassette anni impara che le forze di polizia lo guardano come un sospetto solo perché ha la pelle  nera, difficilmente andrà alla polizia a denunciare un fatto o a collaborare. E il danno ricade su tutti.

La sicurezza si costruisce prima, e in larga parte oltre le aule dei tribunali. Il lavoro di prevenzione passa dalla scuola, dalle società sportive, dai giardini pubblici, dai contesti oratoriali, dalla presenza quotidiana sul territorio di persone che conoscono i ragazzi per nome. Una norma penale interviene quando il fatto è già accaduto, e lo fa su un individuo; non modifica le condizioni in cui quell’individuo è cresciuto. Per questo la risposta emotiva, oltre a produrre mostri giuridici, sposta l’attenzione dal posto giusto a quello sbagliato, dalla prevenzione alla punizione.

Esiste infine una questione culturale che riguarda tutti noi. Fino a vent’anni fa l’integrazione e l’accoglienza degli immigrati erano considerate non solo stili di vita quasi obbligatori, ma veri e propri valori. Le forme striscianti di razzismo proposte dalla vecchia Lega facevano sorridere la stragrande maggioranza delle persone, e non era ancora stata sdoganata la lettura dell’immigrato come minaccia, come pericolo in sé, come straniero e basta. In quel clima l’accoglienza degli immigrati era più praticata che teorizzata, poco formale ma sostanziale, ed era discretamente raro l’insulto ufficiale contro qualsiasi forma di diversità etncia o culturale.

Negli ultimi quindici o vent’anni il clima è cambiato. Qualsiasi immigrato è stato progressivamente circondato da un alone minaccioso e ogni diversità etnica viene oggi percepita come negativa, come un vero e proprio “nemico”. Due esempi di settembre 2026 sono emblematici. Il primo è lo slogan della Lega, ampliato ma sempre ripreso: “Non passa lo straniero”. E’ un linguaggio bellico che riporta a tempi di guerra; che identifica lo “straniero” come un “nemico” da respingere, da allontanare e da combattere.

Il secondo esempio  è arrivato pochi giorni dopo al  raduno dei giovani di Fratelli d’Italia, quando Giorgia Meloni, lanciando la formula propagandistica del difendiamo gli studenti italiani dagli alunni stranieri, ha riprodotto lo stesso cliché. Nessuna logica di integrazione, solo l’idea che gli italiani possano sentirsi minoranza in classe e dunque alle prese con altri bambini che, in questo caso, devono essere definiti “stranieri” e dunque nemici  da allontanare anche se – di fatto – siamo noi a cercarli e a chiedere il loro aiuto lavorativo.

E’ fuori discussione: slogan di questo tipo – purtroppo – fanno cultura e creano schemi culturali e operativi pericolosi. Se si è bombardati ogni giorno da simili letture, la percezione sociale dell’immigrato ne è condizionata: lo si vede come un pericolo pubblico, come qualcuno da respingere, e si finisce per dire che siamo “invasi” e minacciati da un “invasore”. Non a caso, proprio in questi giorni, Trump ha dichiarato che il problema dell’Europa sono gli immigrati, e che se non chiudono le frontiere l’intero continente europeo ne sarà travolto. Il fatto che un simile giudizio provenga da un Presidente americano che è al minimo storico della fiducia e che non colpisce mai il bersaglio nelle sue analisi sociali, conferma la nostra lettura.

Questo clima di ostilità, di diffidenza, di razzismo strisciante verso chi viene percepito e dipinto sempre più come “straniero” sta rallentando le forme informali di accoglienza. Ieri le parrocchie, gli ambienti ecclesiali, quelli sportivi e moltissime aule scolastiche erano un vero e proprio bacino di contaminazione e di integrazione nel nostro Paese. Gli oratori erano, e in parte lo sono ancora, popolati da ragazzi immigrati e molti di loro di religione islamica. Se questa ostilità prosegue, prima o poi quelle forme di accoglienza si faranno più rare, più rigide e selettive, e rischieremo – anche noi – ciò che è già accaduto in Francia, dove i ragazzi immigrati sono stati ghettizzati, esclusi, allontanati in incomunicanti e lontane banlieu, fino a quando poi queste esplodono e si infiammano.

Non andrebbe dimenticato: il mondo ecclesiale italiano ha sempre svolto, paradossalmente, la funzione di grande mediatore sociale sul territorio. È una risorsa che la Francia non ha avuto nella stessa misura, e la differenza nel rapporto con l’immigrazione passa in buona parte anche da lì. Una risorsa del genere si consuma, però, quando si smette di alimentarla con una cultura dell’incontro, e non si ricostruisce con un decreto.

Attendere. Congelare emotività e pregiudizi. Ascoltare i nostri giovani. Non giudicare. Pronti a guardare gli adulti e ad incontrare chi cresce. No a tutte le forme di violenza. Dare al Noi il compito di costruire speranza e libertà. Tornare ad incontrare il volto dell’Altro.

Verbi e azioni che andrebbero messi in pratica oggi. Non domani.

Nicola Rossiello, è stato ispettore di polizia, esperto in sicurezza pubblica e fenomeni criminali e sociali, consulente, vertice di organizzazioni umanitarie e sociali.

Guido Tallone, pedagogista, formatore e operatore in contesti sociali.

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