Guido non poteva cambiare la realtà e cambiò il racconto. Noi la realtà possiamo cambiarla, e i bambini hanno diritto che lo si faccia.
Nicola Rossiello e Guido Tallone
L’agenzia Frontex ha predisposto un kit di accompagnamento illustrato per rendere meno amaro il rimpatrio – che una parte della destra chiama remigrazione – dei bambini che, con i loro genitori, sono costretti dalle norme in vigore a ritornare nei Paesi di origine, nei quali forse non hanno neanche una casa. Il kit è stato pensato per aiutare il bambino a non pensare a quel passaggio drammatico, intrattenendolo con giochi e percorsi da colorare.
Partiamo da ciò che è documentato. Tra il 2023 e il 2024 Frontex ha pubblicato la «Toolbox for Children in Return», una serie di strumenti per i minori destinati al rimpatrio. Ne fanno parte tre guide illustrate intitolate «My guidebook on return», per i bambini da 6 a 11 anni, per i ragazzi da 12 a 17 e per i minori non accompagnati, un manuale per genitori e tutori e un «Activity Book» per i bambini da 4 a 11 anni. L’agenzia dichiara di averli elaborati con esperti di diritti fondamentali, una psicologa dell’infanzia e un esperto di protezione dei minori. Lo scopo dichiarato è ridurre la paura dell’ignoto.
Chi ha letto i testi riferisce che parole come deportazione, espulsione, rimpatrio forzato non vi compaiono. Compaiono il viaggio, il ritorno, la nuova scuola, i nuovi insegnanti simpatici, i dolcetti da scoprire. Il trattenimento in un centro sarebbe illustrato con bambini che giocano a pallone e sull’altalena. La presenza di un padre in manette sarebbe spiegata come una misura a protezione di tutti.
Le critiche, e la difesa
Alcune organizzazioni per i diritti dell’infanzia parlano di una rappresentazione edulcorata di una realtà che molti bambini vivono come drammatica. Una rete di associazioni avrebbe chiesto il ritiro del libretto, rilevando che non spiega in modo adeguato i diritti del minore né lo svolgimento reale della procedura. Lo psichiatra infantile Jean-Yves Hayez, dell’Università cattolica di Lovanio, ha definito l’iniziativa contraria all’etica, osservando che ai bambini si dice di dover partire senza dire perché.
Frontex ha replicato, a quanto ci risulta, che i suoi operatori non avevano nulla da offrire a una famiglia quando un bambino doveva capire che stava per essere riportato altrove. L’argomento è serio e lo prendiamo come tale. Un bambino ha bisogno di essere informato, e l’adulto che lo accompagna ha bisogno di strumenti. Ma informare significa dire che cosa sta accadendo, perché, con quali diritti e con quale possibilità di essere ascoltato. A nostro parere, un racconto che toglie dalla pagina ogni elemento di durezza non informa: accompagna.
Un parallelo, con le cautele necessarie
Nel 1997 Roberto Benigni ha raccontato Guido, un padre ebreo deportato con il figlio Giosuè in un campo di concentramento, che convince il bambino che si tratta di un gioco a punti il cui premio è un carro armato. Guido non può cambiare ciò che accade. Può cambiare ciò che il figlio ne vede, e lo fa prendendo su di sé il peso intero della verità, fino a pagarlo con la vita. La sua favola è un atto di resistenza, rivolto contro la macchina che li stringe entrambi. Peccato che le deportazioni naziste, spietate e disumane, fossero inserite in sistemi dittatoriali in cui il valore della legalità e il rispetto della dignità umana erano stati totalmente negati.
Oggi, con Frontex e il suo kit di accompagnamento, a nostro parere edulcorato, ci troviamo in un sistema in cui legalità e dignità umana hanno, o dovrebbero avere, ancora significato. Ed è proprio per questo che il confronto va misurato con più severità, non con meno.
Evidentemente non esiste alcun paragone possibile tra uno sterminio e un provvedimento di rimpatrio. Il parallelo regge su un solo punto, il meccanismo: un adulto ricorre a un racconto gentile per rendere sopportabile a un bambino qualcosa che il bambino non ha scelto. Quello che cambia è chi racconta. Guido è un padre e la sua favola è un gesto d’amore senza alternative. Qui il racconto lo scrive un’agenzia, e il peso passa al bambino, che deve lasciare i suoi giochi e immaginare i dolcetti. Qualunque sia l’intenzione di chi l’ha scritto, la funzione di una favola cambia con la voce che la pronuncia.
C’è poi una differenza che pesa più delle altre. Guido poteva soltanto cambiare il racconto, perché la realtà non era nelle sue mani. Noi viviamo in una democrazia, e la realtà di cui parliamo è fatta di decisioni che si prendono in Parlamento, nei ministeri, nelle sedi europee. Scegliere di ammorbidire la storia da raccontare ai bambini, quando si potrebbe cambiare ciò che accade loro, rischia di essere, a nostro parere, la scelta di chi rinuncia a governare il fenomeno e ne cura soltanto la superficie.
Che cosa dicono le norme
Le migrazioni non sono un’emergenza che si chiude con un volo. Sono un fenomeno umano strutturale, che si governa con canali di ingresso legali, accoglienza, integrazione, cooperazione con i Paesi di origine. Uno Stato ha il diritto di regolare i flussi e di far rispettare le proprie regole, ma quel diritto ha dei limiti, e i minori sono il primo.
La Convenzione Onu sui diritti del fanciullo impone di considerare l’interesse superiore del minore (art. 3), gli riconosce il diritto di essere ascoltato (art. 12), tutela i minori rifugiati (art. 22) e prevede sostegno per il recupero dai traumi (art. 39). Nell’Unione, la Carta dei diritti fondamentali afferma all’art. 24 lo stesso principio. La direttiva 2008/115/CE sui rimpatri impone agli Stati di tenere conto dell’interesse superiore del minore all’art. 5. In Italia, l’art. 31 della Costituzione protegge l’infanzia, e l’art. 19 del T.U.I. (D.Lgs. 286/1998) vieta l’espulsione dei minori, facendo salvo il loro diritto a seguire il genitore espulso.
Ne nasce un paradosso, noto a chi opera nel settore: il bambino non viene espulso, ma segue comunque i genitori. La regola è rispettata nella forma e, a nostro parere, lascia scoperto proprio il bambino, che spesso non ha avuto voce nella decisione.
Che cosa chiede una politica attenta ai diritti
Una politica seria chiede prima di tutto che nessuna decisione riguardante un minore venga presa senza ascoltarlo, con una valutazione individuale e documentata del suo interesse superiore. Chiede una particolare attenzione per i bambini cresciuti e scolarizzati in Europa, per i quali il Paese di destinazione è spesso un luogo che non conoscono. Per queste famiglie servono percorsi di regolarizzazione e di permanenza, e non soltanto il racconto di un ritorno.
Chiede che i bambini non vengano trattenuti. Ci risulta che l’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali, nel valutare la proposta degli hub per i rimpatri fuori dall’Unione, abbia scritto che i bambini non dovrebbero mai esservi inviati, e che Stati e Frontex resterebbero responsabili delle violazioni. Chiede osservatori indipendenti in ogni operazione e dati pubblici, distinti per età, su chi viene trasferito. Chiede operatori formati e supportati da professionisti dell’infanzia. Chiede, infine, canali di ingresso legali, perché meno persone sono costrette a rischiare tutto, meno sono quelle da rimandare indietro.
Chi sta accanto al bambino
Scriviamo da due prospettive diverse che qui convergono. Uno di noi è un ex ispettore di polizia e oggi rappresenta lavoratori in divisa, l’altro è filosofo e pedagogista; uno dei due è anche genitore.
Il primo a trovarsi di fronte alla reazione di un bambino è l’operatore delle forze di polizia incaricato della scorta, a quanto ci risulta spesso senza una formazione specifica e senza un professionista dell’infanzia accanto, talvolta genitore di bambini coetanei di quelli accompagnati. Se gli si affida un libretto da colorare, gli si chiede di rispondere di ciò che accade. Tutelare chi lavora in divisa e pretendere che i minori non diventino materia di gestione operativa sono, ancora una volta, la stessa richiesta. Sul piano educativo, a nostro parere, un bambino ha bisogno più di un adulto che gli dica la verità in modo comprensibile che di una distrazione ben disegnata.
Un album da colorare non è una colpa in sé. Lo diventa, a nostro parere, quando sostituisce la verità e le garanzie, e quando fa da cornice a politiche che si preferisce non cambiare. Un bambino ha diritto di sapere che cosa gli sta succedendo e con quale nome si chiama. Ha diritto, soprattutto, che qualcuno si assuma la responsabilità di decidere in modo diverso.
A chi indossa una divisa e a chi la rappresenta diciamo che difendere il nostro lavoro e difendere i diritti delle persone non sono due battaglie separate. Una polizia che pretende rispetto per sé deve garantirlo a tutti. A nostro parere è questa la sola prospettiva sostenibile quando le si affidano compiti che nessuna divisa dovrebbe portare da sola.
Guido scherzava perché non aveva altro. Noi abbiamo il Parlamento.

Lascia un commento