
Roma, notte tra il 29 e il 30 maggio 2026. Area delle Terme di Caracalla. Agenti della polizia locale di Roma Capitale accendono una batteria pirotecnica a poche decine di metri dai recinti dove sostano i cavalli dell’Esercito, in attesa delle prove per la parata della Festa della Repubblica.
Una trentina di cavalli fuggono all’impazzata per chilometri lungo via Cristoforo Colombo. Il bilancio è di quattro feriti tra le forze dell’ordine, tre militari e un agente della polizia,, una quindicina di animali feriti e uno abbattuto. Una militare 22enne dei Lancieri di Montebello, tentando di trattenere il suo cavallo, riporta la frattura di diverse costole e la perforazione del polmone.
L’episodio fa cronaca per la sua spettacolarità visiva. Ma il vero scandalo non è nei cavalli al galoppo su una consolare romana. È nella domanda che questo fatto, come molti altri degli ultimi anni, impone alle istituzioni: in che misura lo Stato è in grado di rispondere della condotta etica e professionale dei propri operatori?
C’è una cronaca che si ripete. I petardi di Caracalla non sono un caso isolato. Sono l’episodio più recente di una sequenza che, negli ultimi due anni, ha coinvolto forze dell’ordine di ogni livello e corpo.
A Milano, il 26 gennaio 2026, un agente di Polizia uccide con un colpo di pistola Abderrahim Mansouri, 28 anni, durante un controllo antidroga al boschetto di Rogoredo.
A Genova, un’inchiesta coordinata dalla pm Sabrina Monteverde porta alla luce ciò che accadeva all’interno del reparto sicurezza urbana della polizia locale. L’inchiesta emerge dopo le denunce di due agenti donne dello stesso corpo, che raccontano episodi di pestaggi, soprusi e falsificazioni. Al centro dell’indagine una chat WhatsApp denominata “Quei bravi ragazzi”, esplicito, proprio così, richiamo al film di Scorsese.
E poi, numerosi, troppi, altri fatti analoghi riportati dalla cronaca, sono un dato che preoccupa. Ma le Istituzioni possono sottrarsi alle responsabilità solo dimostrando di aver fatto tutto ciò che era necessario e nelle loro possibilità. Invece la risposta istituzionale è reattiva, mai preventiva. Di fronte a ciascuno di questi episodi, la risposta delle istituzioni segue invariabilmente lo stesso schema: il fatto, lo scandalo pubblico, la promessa di provvedimenti. A Roma, il comandante del Corpo ha promesso provvedimenti «senza sconti», ammettendo però che accendere petardi era un’«usanza» diffusa, alla quale il corpo «non aveva mai aderito», e ci mancherebbe, senza sapere spiegare perché questa volta era accaduto. A Genova, dopo tre anni di pestaggi documentati in una chat di gruppo, la sindaca Salis ha dichiarato che «in discussione non ci sono i numeri e i gruppi» ma «il messaggio, l’aria che tira, il metodo». Diagnosi corretta, pronunciata quando il danno era già fatto e reso pubblico.
Questa sequenza non è una risposta: è la prova dell’assenza di una risposta preventiva. Le istituzioni intervengono sul sintomo, il singolo agente, il singolo reparto, senza mai interrogarsi sulla condizione sistemica che ha permesso a quei comportamenti di svilupparsi, sedimentarsi e in alcuni casi protrarsi per anni.
Lo scudo penale potrebbe essere la risposta sbagliata alla domanda sbagliata? La risposta politica al tema della gestione delle forze dell’ordine si è concentrata, in questa legislatura, su una direzione precisa: proteggere gli operatori dalle conseguenze giuridiche delle loro azioni. Il Decreto Sicurezza ha introdotto una forma di scudo penale che ritarda o limita l’iscrizione nel registro degli indagati quando il fatto appare compiuto in presenza di una causa di giustificazione, legittima difesa, adempimento del dovere, uso legittimo delle armi. Tra i presupposti dichiarati del decreto figurava la preoccupazione di evitare che i poliziotti si sentissero demotivati, privi di quello «slancio necessario per portare avanti al meglio il loro lavoro».
È una risposta che inverte la logica della responsabilità pubblica. Il problema che i fatti di cronaca documentano non è che gli agenti vengano perseguiti troppo facilmente: è che i comportamenti devianti si sviluppano in contesti organizzativi che non li prevengono, non li intercettano, e in alcuni casi li proteggono attivamente, come accaduto a Genova con il comandante indagato per aver coperto i propri uomini, e a Milano con i colleghi del commissariato Mecenate che costruivano una versione alternativa dei fatti.
Ridurre la responsabilità giuridica degli operatori, senza investire sulla qualità organizzativa e deontologica dei corpi, produce un effetto opposto a quello dichiarato: non motiva i professionisti seri, ma abbassa ulteriormente la soglia di deterrenza per chi è già incline all’abuso.
Il nodo irrisolto sta nel ritenere l’etica come un adempimento burocratico. Il tema di fondo è che la formazione deontologica delle forze dell’ordine italiane, di tutte, non solo di quelle locali, viene trattata come un obbligo documentale da assolvere, non come un investimento continuo nella qualità professionale. Si formano gli agenti alle procedure, ai protocolli, all’uso degli strumenti. Non si costruisce sistematicamente la loro capacità di ragionamento etico, di lettura del contesto, di resistenza alle pressioni del gruppo, alle dinamiche di branco, al contrasto verso il pregiudizio.
Eppure è esattamente questo che serve in un contesto operativo dove l’esercizio del potere coercitivo, fermare una persona, usare la forza, gestire una manifestazione, richiede giudizio morale, non solo esecuzione di protocolli. La differenza tra un agente che accende petardi durante una prova di parata militare e uno che non lo fa non sta nel regolamento: sta nell’aver sviluppato, o no, un senso autentico di responsabilità verso il contesto in cui opera.
Quella capacità non si trasmette con le circolari. Si costruisce con tempo, esempio, supervisione attiva, una cultura organizzativa efficace, in cui chi segnala comportamenti scorretti venga protetto, in cui la leadership sia credibile perché coerente.
E’ ragionevole pretendere responsabilità? Nessuno di questi episodi implica che le forze dell’ordine italiane siano strutturalmente corrotte o violente. La grande maggioranza degli operatori svolge quotidianamente un lavoro difficile, in condizioni precarie, sotto una pressione straordinaria, con professionalità e senso del dovere. Ed è proprio per questo che i casi documentati meritano attenzione istituzionale seria: perché ledono la credibilità di chi lavora correttamente, oltre che la dignità delle vittime.
Ma proprio per questo la risposta non può essere lo scudo, il silenzio o il provvedimento postumo. Deve essere una pretesa esplicita, da parte delle istituzioni verso sé stesse: garantire che chi indossa un’uniforme pubblica sia selezionato, formato, supervisionato e responsabilizzato in modo adeguato al potere che gli viene conferito.
Quattro persone ferite alle Terme di Caracalla. Un ragazzo ucciso a Rogoredo. Una chat dove si scherzava sui pestaggi, attiva per tre anni a Genova. Sono fatti diversi, per gravità e natura. Ma pongono tutti la stessa domanda allo Stato: sei in grado di rispondere per chi agisce in tuo “potere”?

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